Meglio essere scioccati da un video che dalla realtà

Un mio amico ha recentemente condiviso un video promozionale sulla sicurezza stradale che mi ha molto colpito. Il video in questione è stato prodotto in Nuova Zelanda e si pone l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione sui pericoli che si corrono guidando la propria auto in maniera distratta e/o ad alta velocità.

I protagonisti sono due uomini, ciascuno alla guida del proprio veicolo. Uno dei due esce da uno stop senza però prestare attenzione a quanto il secondo corre sulla strada principale. I due inevitabilmente si scontreranno, ma il video si ferma prima che ciò avvenga, li fa uscire dalle macchine e lascia ad ognuno il tempo di scusarsi dei propri errori: “Scusami, pensavo ci fosse il tempo”, “È stato solo un piccolo errore”.

Il dialogo si fa piano piano più struggente perché pur trattandosi di un’inezia – di “un piccolo errore” – non costerà la vita solo al conducente uscito dallo stop, ma pure a quella del suo bambino seduto sui sedili posteriori. Il padre, prima di tornare nella propria auto chiede un’ultima volta all’altro uomo di rallentare, ma senza risultato. L’altro gli risponde che sta correndo troppo e non si può fermare. Lo schianto è inevitabile.

Qualcuno potrebbe rimanere scioccato da queste immagini per la loro drammaticità, ma il messaggio passa in maniera inequivocabile: non correre, sono gli altri che sbagliano. A chiunque può capitare di commettere un piccolo errore, ma a pagarne le conseguenze può essere qualcun altro se alla guida non si presta attenzione.

C’è chi critica queste campagne per essere troppo violente, ma in fondo è meglio guardarne cento di questi video, rodendosi un po’ lo stomaco e riflettendoci sopra piuttosto che viverne uno nella realtà. Da quest’ultima infatti si esce una volta sola.

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Alla scoperta di nuova musica

Qualche giorno fa mi è capitato di visitare una fiera del disco. L’evento era organizzato all’interno di una palestra, su un campo di pallacanestro e vedeva la partecipazione di numerosi venditori. Ciascuno di essi aveva il proprio bancone con sopra esposti migliaia di dischi in vinile, cd e sì, anche musicassette.

Per gli appassionati si trattava di una sorta di paradiso. C’era di tutto: ogni bancone era suddiviso per generi musicali, dal punk al blues, dall’hard rock al jazz, passando per la dance, il funky e il rockabilly. Il tutto disposto in appositi contenitori, rigorosamente di legno compensato, con le relative etichette.

djshadowcoverC’erano poi diversi visitatori: il classico sessantenne con ancora i pochi capelli rimasti raccolti in una coda di cavallo (nella maggior parte dei casi si trattava di fieri rockettari che orgogliosamente sfoggiavano la loro giacca in jeans con sopra cucita una toppa raffigurante la scritta Deep Purple Led Zeppelin); il quarantenne coi capelli corti e brizzolati in cerca di gruppi prevalentemente sconosciuti e infine il diciottenne con gli occhiali, la felpa nera di un gruppo metal e le converse ai piedi, che sperava di trovare un vinile dei Black Sabbath.

E poi c’ero io, un ventiquattrenne in cerca di ottimi cd reggae e ska da ballare, ma che purtroppo parevano introvabili. Dopo aver vagato in vano per la palestra e aver passato in rassegna centinaia di copertine, la maggior parte delle quali risalenti agli anni ’60 ’70, mi sono deciso a chiedere a uno dei venditori se mi potesse aiutare nella ricerca.

Il tipo, un uomo sulla quarantina, mi ha regalato immediatamente un sorriso e, pur anticipandomi che sarebbe stato molto difficile trovare qualcosa, ha iniziato a darmi una mano. Si è trattato di un lungo viaggio attraverso la storia della musica, poiché oltre a invitarmi ad osservare le diverse e variopinte immagini di ciascun album, mi regalava cenni, aneddoti e citazioni del modo in cui erano stati prodotti. Così facendo assimilavo la sua cultura e straordinaria conoscenza del panorama musicale e la mia curiosità andava a sfiorare generi totalmente diversi da quelli che stavo fin lì cercando.

Alla fine il mio nuovo amico se n’è uscito con due dischi: uno prettamente reggae, il Greatest Hits dei Black Uhuru, band jamaicana di fine anni ’70, e uno che invece di reggae ha ben poco, ma che allo stesso tempo emana un’energia positiva senza rivali: The Best of Arrested Development.

In entrambi i casi ho voluto fidarmi di lui, del venditore di dischi. Anziché comprare due dischi di band a me già note ho preferito sperimentare (andare oltre) e devo confessare che il gioco è valso la candela, perché sono tornato a casa entusiasta. E ciò lo devo a tre motivi principali: ho scoperto due gruppi eccezionali, ho arricchito la mia cultura musicale grazie anche agli ulteriori suggerimenti ricevuti e, infine, ho conosciuto una persona a cui potrò rivolgermi anche in futuro.

Al giorno d’oggi siamo bombardati da informazioni, messaggi pubblicitari e suggerimenti, la maggior parte dei quali ci invita calorosamente a comprare, seguire o assaggiare. Tuttavia, queste informazioni sono speso rivolte ai nostri gusti, a ciò che già conosciamo e apprezziamo. Se ci si sofferma a quanto ci viene fornito, si rischia di non impreziosire mai la propria ricerca personale, limitandosi ad ascoltare – nel caso della musica – un unico genere o un solo gruppo musicale.

Il venditore di dischi in questo contesto può essere d’aiuto, perché la sua conoscenza e la sua esperienza lo portano ad assaggiare infiniti generi, i più disparati. E questa diversità arricchisce la mente, l’orecchio e pure l’ispirazione di una persona, che sia un artista o un imprenditore.

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p style=”text-align:justify;”>Mai come oggi i dischi costano così poco (soprattutto i cd). Si tratta di un’occasione da cogliere, pur non bandendo piattaforme online che ci permettono di ascoltare tutta la musica del mondo. L’importante è saperle utilizzare, senza cambiare ogni trenta secondi brano perché incuriositi da un altro. Ma chiedere consiglio a una persona che conosce direttamente la materia rimane tuttora la scelta migliore da fare, per scoprire, imparare e ascoltare.

La mia generazione se la gioca

“La mia generazione ha perso” cantava nei primi anni 2000 quel poeta che fu Giorgio Gaber, forse a torto, forse a ragione. Il Signor G aveva dimostrato di portarsi ancora una volta avanti con i tempi, prefigurando un declino politico e sociale già avvertibile 15 anni fa e ora confermato e avvertito, ahinoi, da tutti.

Quando parlo con i miei amici riguardo al futuro che ci aspetta respiro spesso un’aria pesante dalla quale sembra non esserci alcuna via d’uscita. Ci hanno fregato, se la sono goduta a nostre spese, hanno festeggiato e ora tocca noi pulire la casa. Queste le affermazioni più comuni. C’è poi chi sostiene non ci siano più possibilità, chi rischia di arrendersi ancora prima di cominciare, e chi ancora non riesce a prendere quella fatidica decisione di andarsene, perché qui ha gli amici e la famiglia, perché forse l’Italia è pur sempre il paese dove è nato e cresciuto. Come biasimarlo?

Non voglio criticare nessuno scrivendo ciò che state leggendo, anzi. Anch’io, essendomi appena laureato, mi deprimo quando elaboro pensieri simili o quando mi pongo le stesse domande riferite ai miei anni a venire. Sarei un illuso se pensassi che non ci sarà nessun problema e che tutto potrà evolversi tranquillamente senza ostacoli da superare.

Credo però sia necessario abbandonare la morsa di pessimismo che sta attanagliando noi giovani. Lo dico perché mi capita di incrociare sguardi già spenti, ancora prima di essere veramente usciti di casa e aver affrontato le difficoltà della vita. Ci sono inoltre alcuni che lottano in questo mondo già da parecchi anni, tengono duro facendo qualsiasi tipo di lavoro pur di aiutare i propri cari a pagare un affitto, ma non credono in una possibile svolta.

A questi miei amici e a tutti quelli che stanno cercando la propria strada voglio dedicare un pensiero. Si tratta di un pensiero positivo, perché credo sia doveroso da parte nostra mantenere l’entusiasmo che caratterizza ogni gioventù. Se perdiamo quello perdiamo in partenza. Credo che in un periodo storico come questo sia necessario rimanere uniti, provare a creare qualcosa insieme, ognuno con le proprie conoscenze da integrare con quelle degli altri. Non dobbiamo aver paura di chiedere, di scoprire e di incuriosirci dell’altro. C’è un mondo fuori che ci aspetta e lo possiamo affrontare solamente se apriamo la porta di casa e andiamo in avanscoperta, dialogando con il proprio vicino o discutendo con il proprio compagno di studi: in poche parole, interagendo con il prossimo.

Dalle relazioni nasce tutto: nascono le idee, le opportunità di creare nuovi progetti e le possibilità di ricevere validi suggerimenti. Come scrive Milan KunderaSì può essere totalmente se stessi solo quando si è totalmente in mezzo agli altri“.

Sinergie, quindi, affiancate però da una preparazione adeguata. Chi si impegna verrà premiato. Un mio amico, ad esempio, si è laureato da poco in Economia all’Università di Trieste e ha già trovato lavoro all’estero, superando due suoi colleghi della Bocconi. Alla fine non è sempre il prestigio di un nome a fare la differenza, come in molti potrebbero pensare.

orizzonteCiò che scrivo vuole essere quindi uno stimolo per chi come me non ha ancora trovato un posto di lavoro preciso, ma allo stesso tempo ha un’intera vita davanti la quale, se affrontata con lo spirito giusto, regalerà diverse soddisfazioni. La crisi è oggi un’occasione per studiare e scoprire nuovi modi di porsi, imparare a utilizzare nuovi strumenti e intraprendere nuove vie. L’importante è non perdersi d’animo. Allo stesso tempo sono da mettere in conto numerose delusioni, giornate completamente funeste e deprimenti, ma in fondo chi non le ha mai avute?

I nostri genitori forse avevano pochi soldi, ma molte più possibilità di trovare un lavoro. Noi invece siamo cresciuti con più denaro a disposizione ma ora ci ritroviamo davanti una tabula rasa. È giunto il momento di guardare dentro noi stessi, capire in cosa siamo portati e inseguire quel filo che ci guiderà fino al traguardo. Sono sicuro che potremo giocarci questa sfida fino alla fine.