3 euro lordi per un articolo di 600 parole: 7 regole d’oro per non cascarci

7 stimolanti suggerimenti per aspiranti free lance

D I S . A M B . I G U A N D O

Keep Calm and Follow the Golden Rules

In risposta alla mail di Valeria, che ho pubblicato due giorni fa col titolo 3 euro lordi per un articolo di 600 parole significa 3 euro lordi all’ora, Paolo (nome di fantasia) racconta la sua esperienza (positiva!) nel mondo della scrittura online e dà a Valeria (e a chiunque si trovi nella sua situazione) alcune dritte per non stracciare il mercato dei contenuti online. Scrive Paolo:

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Se il grido ITALIA ITALIA c’è almeno alle partite

Giorgio Gaber nel 2003 compose la famosa canzone “Io non mi sento italiano”, la quale descrive il bel paese tra le sue magie e le sue contraddizioni. Un verso in particolare mette in luce un comportamento tipico di noi italiani, cioè quello di sentirsi tali solamente quando gioca la nazionale di calcio: “Mi scusi Presidente, lo so che non gioite se il grido ITALIA ITALIA c’è solo alle partite”.andrea-pirlo-gol

È chiaro che un popolo dove il miglior modo per sentirsi parte di una comunità dipende esclusivamente dal risultato di una partita non può pretendere che il cambiamento sociale, politico ed economico possa essere immediato. Se infatti per ogni questione si deve alzare la voce, gridare al complotto o insultare colui il quale ha un’opinione diversa allora capiamo che i problemi sono per forza culturali, cioè risiedono nel nostro abituale modo di comportarsi. L’essere tifoso è tipico dell’italiano medio: sostenere a priori il proprio partito, mancare di capacità critica e, infine, desiderare dei cambiamenti immediati (in ambito calcistico si tradurrebbe in un voler vincere lo scudetto dopo aver rischiato la retrocessione).

Tuttavia, permettetemi di considerare il calcio, e i mondiali in particolare, come un’occasione di riunificare il paese e non come l’ennesima dimostrazione che a noi italiani interessa solamente il pallone. L’Italia è completamente diversa da regione a regione e lo è sempre stata fin dall’inizio della sua storia. Laddove la politica ha fallito, il calcio, e in particolare la Nazionale azzurra, risulta però ancora determinante.

Quando scendono in campo quegli undici in scarpette e pantaloncini l’Italia si ferma, si siede su un divano o scende nelle piazze, di norma con i propri amici, ma spesso anche con chi aveva discusso di destra o sinistra fino al giorno prima. Ci si prepara al rito della pizza e della birra, si canta l’inno nazionale con la mano sul cuore, ci si abbraccia per il gol del centravanti di turno.

Tutto ciò può forse sembrare superficiale (e forse lo è veramente), però fa parte del nostro essere italiani. Molto spesso gli stessi politici approfittano di questo nostro debole per spiegarci quali sono le loro iniziative comparandole a una vera partita, a puro scopo elettorale: discesa in campo, dribbling dell’avversario, non possiamo sbagliare questo calcio di rigore ecc.

Il fatto di utilizzare questo linguaggio può certamente abbassare il livello della discussione, ma volente o nolente funziona per scaldare gli animi di chi, probabilmente, alla politica non si interesserebbe mai. Ecco che allora il calcio torna ad essere importante per comprendere meglio chi siamo noi e allo stesso tempo poterci migliorare.

La soluzione ai nostri problemi non può di certo essere la conversione del linguaggio politico in quello calcistico, né tantomeno comportarsi da ultrà anziché da statisti (questi sono gli aspetti che si dovrebbe cambiare in primis). Tuttavia nel momento in cui si demonizza una caratteristica peculiare della società si ottiene spesso l’effetto contrario. L’esempio dell’anti berlusconismo è una dimostrazione in tal senso. Se invece ribaltassimo la questione, chiedendoci invece il perché l’Italia si unisce solo quando gioca la propria nazionale, allora potremmo comprendere meglio il fenomeno e trovare un’alternativa valida per unire la società, anche nel periodo che passa tra un mondiale e un altro. Ciò ci permetterebbe di non abolire per forza la passione verso uno sport che, ricordiamolo, fa brillare gli occhi dei ragazzini di tutto il pianeta.

In fondo pensare al calcio, o allo sport più in generale, come filosofia di vita è pur sempre parte del nostro immaginario: lavorare di squadra, aiutarsi tra compagni, raggiungere un obiettivo comune, rispettare l’avversario. Sono tutti valori condivisibili all’interno della stessa società.

Winston Churchill diceva che gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre. Ciò a dimostrazione del fatto che ce l’abbiamo sempre avuto nel sangue. Tenerlo bene a mente non può che tornarci utile se vogliamo comprendere prima di tutto noi stessi. Se quel grido di cui cantava Gaber c’è almeno alle partite, significa che un minimo orgoglio di essere italiani risiede in ognuno di noi, ma andrebbe alimentato meglio.

Quando muore una persona

Im-StradaPochi giorni fa stavo pedalando sulla mia bicicletta verso casa dopo una lunga giornata di impegni e appuntamenti. Stavo percorrendo la solita strada, Viale Venezia, quel viale alberato che collega il centro storico di Udine con la zona più residenziale a ovest della città.

Pedalando mi capita spesso di pensare e di soffermarmi su alcuni particolari. Mi capita di pensare in generale, ma in bicicletta mi viene particolarmente bene. Al movimento delle gambe corrisponde un flusso continuo all’interno del cervello che elabora informazioni, li ripesca da situazioni precedenti e ne crea di nuove, alcune immaginarie altre più realistiche.

Nella mia testa si producono anche pensieri negativi, come quelli riferiti alla morte, ad esempio. La morte è la compagna più fedele che abbiamo. Prima o poi arriva e nessuno può farci nulla. E pertanto ci penso spesso.

Quel giorno stavo pedalando e pensavo alla morte, ma non in generale bensì alla morte dovuta a un fatto accidentale. Mi chiedevo come dev’essere un impatto mortale, quale sensazione si può provare nel momento in cui accade. Tremenda, violenta, travolgente. Ce ne sono di aggettivi per descrivere tale situazione. I giornali, oltretutto, ne fanno un uso spropositato, soprattutto quelli italiani: shock, tragedia, agghiacciante, dolore tremendo ecc.

Allo stesso tempo mi chiedevo cosa può provare una persona a cui viene mancare un proprio amico in una situazione così drammatica. Ci si può aspettare un urlo (agghiacciante sì, pure in questo caso), la disperazione su un volto, lo strazio palpabile nelle mani e negli occhi di una persona.

Ci si può aspettare poi un’atmosfera triste e struggente attorno alla scena della vicenda, come in un film ad esempio. La colonna sonora spesso enfatizza ciò che accade e rende il tutto più commovente, più forte e più vicino alla persona che osserva da fuori. Il film rende la morte importante.

Tuttavia, continuando a pedalare, ho pensato anche a questo: immaginatevi se qualcuno osservasse la scena dall’alto, con la consapevolezza che potrebbe solo e nient’altro che osservare. O, meglio: immaginatevi di essere un uccello e di volare sopra la strada sulla quale si sono appena scontrate due automobili provocando la morte di due persone. Ebbene, si sentirebbe solo un grande silenzio. Un botto della durata di una frazione di secondo e poi tutto tornerebbe come prima. Niente musica, niente commozione. Solo un enorme silenzio che avvolge tutto: gli alberi, i prati adiacenti la strada, la strada, le auto, i soccorsi, i corpi senza vita.

Quando muore una persona, eccetto per i suoi familiari, amici e conoscenti, non c’è nient’altro che il silenzio il quale purtroppo si traduce spesso con la parola indifferenza.

Ci penso ancora, ma continuo a pedalare.