Il mio primo giorno di allenamento

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERASono passati 19 anni da quando per la prima volta calcai il prato verde di un campo di calcio per allenarmi in una piccola squadra di quartiere. All’epoca ero solo un bambino con pochi pensieri per la testa ma con una grande voglia di divertirsi e di scoprire il mondo. Era l’anno del mio ingresso alle scuole elementari, il 1995, quello dove per la prima volta ti siedi dietro un banco ad ascoltare quello che dovrebbe essere il tuo primo vero maestro.

Ebbene, il 1995 fu anche l’anno del mio primo allenamento. Dopo tre anni passati a scorrazzare tra le spiagge di Lignano e i prati carnici di Agrons di Ovaro con appresso un pallone – chiamato innocentemente tà-pum e calciato il più delle volte all’aria – era giunto il momento di dimostrare tutta la mia proverbiale esperienza da giocatore e confrontarmi con altrettante promesse calcistiche.

Ad accompagnarmi, se la memoria non inganna, quel giorno c’erano mia madre e a mia sorella più piccola. Io, più orgoglioso che mai, mi presentai al mister ed entrai subito in campo, cercando di mostrare come meglio potessi le mie qualità a confronto con gli altri (la mia competitività aveva già iniziato a muovere i primi passi). Facevo parte di una squadra di calcio, proprio come i miei idoli di allora: Daniele Massaro, Franco Baresi e Marco Van Basten (ero un po’ milanista, lo ammetto).

Tuttavia, quel modo di giocare per un’ora – un’ora e mezza, non dev’essermi troppo piaciuto. Forse perché alcuni bambini erano più grandi di me e facevano di tutto per mostrare la loro superiorità, più fisica che tecnica. Li vedevo correre molto di più rispetto a me e inoltre avevo poche occasioni per colpire il pallone. E poi fin dall’inizio ho trovato limitanti tutti quei birilli e paletti che per migliorare il controllo della palla eravamo costretti a dribblare. Dopo nemmeno un mese da quel fatidico giorno non ero più così convinto di giocare a calcio.

A questo si aggiunse l’arrivo dell’autunno e con esso il freddo e le prime piogge. Mia mamma e mia sorella, costrette fino a quel momento ad assistere ad ogni mio allenamento (avevo bisogno di sentire il calore dei tifosi fin dal principio) mi dissero che non mi avrebbero più seguito, poiché gli spalti a bordo campo non erano coperti. Quindi mi porsero davanti una drastica alternativa: “O vai da solo o cambi sport, così almeno ti accompagna la nonna!”.

Un ricatto bello e buono, potreste pensare. Come potreste pensare che io non cedetti alla prima difficoltà. E invece quell’imposizione mi convinse immediatamente: avevo bisogno di un supporto morale, qualcuno che mi seguisse nel mio percorso e che mi fosse vicino anche se ero impegnato a divertirmi. Decisi quindi di cambiare e di iniziare una nuova disciplina, chiamata nel linguaggio italiano “la pallacanestro”. Uno sport dinamico, atletico, fantasioso, ma soprattutto da giocare all’interno di una palestra con qualsiasi tipo di tempo, con la garanzia di avere la nonna tra gli spalti (orgogliosa più che mai, non dimentichiamolo).

Con la palla a spicchi fu amore a prima vista. Mi ricordo ancora il primo esercizio che il maestro Roberto, un uomo sui trenta – quarant’anni vestito con una tuta sintetica firmata Lotto, ci fece svolgere: il palleggio. Subito ci spiegò come la mano nel momento in cui deve spingere il pallone verso il parquet non deve essere piatta (il termine che lui utilizzò fu “a padella”), bensì deve essere leggermente curva, pronta per accogliere tra i polpastrelli quella specie di arancia rimbalzante per poi poterla nuovamente accompagnare verso terra. Iniziato l’esercizio, la maggior parte dei ragazzini non era riuscita a fare più di tre palleggi, mentre io ero già corso a fondo campo. Quel giorno capii che il basket sarebbe diventato il mio sport preferito.

Giocai a pallacanestro per tredici lunghissimi anni e per tredici lunghissimi anni indossai una sola casacca con lo stesso numero: il 6. Sui parquet del Friuli Venezia Giulia, e perché no, anche su quelli di Porto San Giorgio e Salso Maggiore, ho dato tutto. Mi sono buttato su ogni pallone, mi sono sbucciato più ginocchia di un giocatore di rugby, mi sono rotto il braccio sinistro e ho preso tanti di quei lividi che se gli ematomi non svanissero tre quarti del mio corpo sarebbe di colore viola.

Ci furono anche mille delusioni, perché col tempo si cresce e si capisce che alcuni hanno una marcia in più rispetto alla tua e perciò sei costretto a scaldare un posto in panchina. Tuttavia, quelle poche soddisfazioni che mi sono preso possono sicuramente compensare quanto patito. L’essere arrivato quinto ai campionati nazionali nel 2003, l’aver vinto due tornei regionali ed essere stato capitano negli ultimi tre campionati sono degli ottimi esempi.

Ho smesso di giocare sei anni fa, un po’ a causa di una serie di infortuni, un po’ per aver iniziato l’università. L’anno scorso fui tentato di rientrare, ma non ebbi il coraggio di farlo. Oggi però, 26 agosto 2014, inizio una nuova esperienza, ma in pochi crederanno a quello che sto per scrivere. Non torno a giocare a basket, almeno non quest’anno. No, davanti a me c’è un’altra strada, una scelta che mai avrei pensato di intraprendere, ma che per come si è presentata mi è parso impossibile da rifiutare.

Oggi, dicevo, farò il mio primo allenamento come giocatore di calcio. Dopo 19 anni tornerò a correre su quel prato verde, armato di scarpette e calzetti lunghi, proprio come feci nel pieno della mia infanzia. Al mio fianco però, non ci saranno bambini capricciosi e prepotenti, bensì alcuni dei miei migliori amici ed è questa l’unica ragione che mi ha convinto ad accettare. Giocheremo il campionato Collinare del Friuli Venezia Giulia, dove le bestemmie sono più numerose dei passaggi andati a buon fine, dove nelle borracce è più probabile trovarvi birra piuttosto che acqua, ma dove l’affiatamento di un gruppo di amici (pur essendo tutti ex atleti) può ancora fare la differenza.

L’emozione è grande come lo è del resto la convinzione di soffrire dalla prima all’ultima di campionato. Quel che è certo e che da oggi le mie ginocchia torneranno a sbucciarsi, i crampi torneranno a immobilizzare i muscoli delle mie gambe e la schiena probabilmente mi farà penare più del solito. Poco importa, il primo giorno di allenamento è arrivato e non c’è nient’altro a cui pensare.

I quattro tormentoni della mia estate

Quando arriva l’estate si è soliti pensare a quale sarà la canzone che ci tormenterà ogni qualvolta accenderemo la radio, quando usciremo al bar con gli amici o quando saremo costretti a seguirne altri in discoteca, tra giugno e settembre. Tradizione vuole infatti che ci sia un brano volutamente ripetuto che segni in qualche modo la stagione estiva, quasi come una fotografia: al ricordo di un amore effimero o di una serata trascorsa in buona compagnia si associa spesso un brano rimasto impresso nella mente, perché ha il testo giusto, perché carico di adrenalina o più semplicemente perché orecchiabile.

Quest’anno devo dir la verità, pur ascoltando molto la radio credo di non aver afferrato alcuna canzone capace di ricevere la definizione di tormentone. Può darsi che i miei gusti radiofonici si distanzino molto da ciò che si reputa mainstream, per cui posso anche essere poco informato a riguardo, ma quest’anno rimango della mia idea: zero tormentoni.

Mi piacerebbe però condividere con voi quattro canzoni che negli ultimi due mesi hanno tormentato più che la mia persona l’intera mia famiglia. È più forte di me: quando un brano mi prende non posso fare altro che ascoltarlo fino allo sfinimento. Nel breve periodo più lo ascolto e più continua a piacermi, più lo ascolto e più trovo emozionante ciò che ogni strumento produce per conto suo: una linea di basso incalzante, un godurioso assolo di chitarra, una rullata in grado di farti capovolgere e un fiato che ti prende con sé per portarti verso territori ancora sconosciuti.

È assodato che i brani che scopro nel corso della mia esistenza siano spesso appartenenti a un’epoca ormai conclusa o al massimo di due – tre anni prima. Lo stesso vale per i libri: mi piace leggere autori del passato che abbiano già scritto la loro storia e che, in un modo o nell’altro, riescano ad essere ancora molto attuali. Tuttavia, in questo breve elenco che vado sotto a trascrivere cercherò di trovare il giusto compromesso tra ciò che è nuovo e ciò che per molti può sembrare ormai superato. In fondo, quanto conta l’età di una canzone se può comunque emozionare generazioni diverse?

1-DSC_00131. The Skints – Out My Mind Loro sono inglesi, di Londra precisamente. Sono un gruppo di amici formatosi nel 2005 quando andavano ancora al college e ora girano gran parte dell’Europa con il loro sound a metà tra la dance hall inglese, il rap, il punk e il rocksteady giamaicano. Questo brano è stato prodotto nel 2012 e si trova come bonus track nella nuova versione del loro ultimo album: Part & Parcel (recorded delivery). Le sonorità sono molto estive, il ritornello entra subito in testa e il testo rappato trascina l’ascoltatore fino alla fine. Semplice ma efficace.

2. R.E.M. – Moral Kiosk Una band che non ha di certo bisogno di presentazioni (forse loro un po’ mainstream lo sono, ma pazienza). Micheal Stipe e compagni sono al loro primo LP, si chiama Murmur (mormorio) e nell’anno della sua uscita (il 1983) viene definito dalla rivista Rolling Stone album dell’anno, superando un certo Thriller di Michael Jackson. Moral Kiosk è una delle mie preferite: l’atmosfera è cupa, malinconica e coinvolgente allo stesso tempo. E pazienza se Stipe ha confessato che molti testi di quel lavoro erano nonsense. Cliccate play e lasciatevi andare.

3. Jaya The Cat – Here Come The Drums Scoperti l’altro giorno, ma già entrati nel mio archivio musicale. Un punk rock ben suonato, con influenze ska e atmosfere da strada. La band ha origini americane ma vive ad Amsterdam. A giudicare dall’aspetto fisico dei componenti non sembra essere composta da dei giovincelli, ma quello che conta è esserlo dentro. Fanno parte della stessa etichetta degli Skints, la Bomber Music, e hanno pubblicato questa canzone nel 2012 (sì, va ascoltata a tutto volume).

4. Newtown Rocksteady – Something To Say Finisco da dove avevo iniziato: un po’ di reggae e un po’ di rocksteady, in ogni caso melodie da risveglio che ti ricordano che è estate nonostante piova ogni fottutissimo giorno. Immaginatevi di essere su un’amaca, con la vostra bibita ghiacciata, il mare là a due passi e i Newtown Rocksteady che vi accompagnano nella vostra meritata siesta pomeridiana. Se l’estate non viene da noi proviamo a ricrearla almeno nello spirito, no?

Un viaggio per ripartire – Seconda parte

Siamo arrivati a Barcellona alle undici di sera. Manuel e Sara ci hanno lasciato esattamente sotto la Sagrada Familia, l’opera simbolo dell’architetto Antoni Gaudì, personaggio essenziale per la comprensione della struttura urbana della città. La notte era ormai scesa, ma c’erano ancora molti turisti che si fotografavano con dietro questo colosso di storia e religione. Io e il mio amico non ci credevamo ancora: eravamo arrivati a Barcellona. Ce l’avevamo fatta, stanchi, sfiniti ma soddisfatti, anche se c’era un ultimo brivido da correre: raggiungere l’appartamento presso il quale avremmo dovuto soggiornare.

Grazie all’aiuto di una cartina (altro che smartphone) e alla velocità della metro (il sabato è aperta tutta la notte) in meno di venti minuti siamo giunti a destinazione. Ad accoglierci c’era Andrea, una ragazza di circa trent’anni di origine cilena che tramite Airbnb affittava le tre camere della sua casa, a noi, a tre ragazzi francesi e a uno spagnolo.

Personalmente ero molto preoccupato di non trovare né il posto né Andrea, perché dei sei messaggi che le avevo inviato per concordare l’orario del check-in uno solo aveva ottenuto risposta e nemmeno troppo convincente. Per scrupolo non avevo confidato nulla a nessuno, altrimenti in molti mi avrebbero suggerito di annullare la prenotazione e di trovarmi un altro posto. Ma quando al campanello di Gran Via de les Corts Catalanes Andrea ci ha risposto, tutte le mie paure sono svanite. Avevo capito che la vacanza era proprio iniziata.

Dal giorno dopo, infatti, assieme al mio compagno di viaggio ho cominciato a godermi quel sapore di libertà misto a curiosità che solo in una città straniera si ha il piacere di apprezzare. Barcellona ci apriva le sue porte, in tutta la sua diversità e grandezza, da Plaza de España a La Rambla, da Plaza de Cataloña al quartier de Gracia.

Per cinque giorni abbiamo camminato (a volte anche dieci ore al giorno), sorprendendoci di come una città possa cambiare di quartiere in quartiere, di come una metropoli vissuta da tre milioni e mezzo di persone possa però ospitare ragazzi della nostra età con gli stessi pensieri, con le medesime paure nel futuro e con lo stesso desiderio di organizzare la propria indipendenza.

È il caso di José, ragazzo spagnolo, alto un metro e ottanta, la barba più lunga dei capelli, ma il cui giovane sguardo rivelava i suoi soli ventinove anni e la sua grande voglia di viaggiare. Lo abbiamo conosciuto al Foxy Bar, locale presso cui lavorava, tra la Rambla e il quartiere gotico. È stato gentile con noi fin dal primo momento, quando gli avevamo chiesto indicazioni per il Jazz Sì Club, un locale famoso per le sue jam e i suoi concerti dal vivo. Avendolo trovato chiuso (chiudeva inspiegabilmente alle dieci di sera), abbiamo deciso di tornare da quel personaggio che stava dietro al bancone e che tanta fiducia ci aveva ispirato.

Ci siamo così lasciati consigliare “la miglior birra spagnola”, l’Alhambra, una birra prodotta a Granada e che se non hai mangiato qualcosa prima ti manda direttamente nel mondo dei sogni (con il sorriso, sia ben chiaro). José, chitarrista, appassionato di rock psichedelico e laureato in Conservazione dei Beni Culturali, ci ha poi confessato che quel lavoro come barista è temporaneo. A settembre se ne andrà in Germania a lavorare come fotografo per una rivista spagnola, ma che non ha ancora un progetto preciso. In Spagna la sua laurea non vale niente.

Lo stesso ci hanno raccontato altri ragazzi di Barcellona: la Spagna sarà anche in ripresa, avrà un Pil positivo, ma la disoccupazione rimane notevole e i giovani sono costretti a vivere con le proprie famiglie, rimandando anche solo il pensiero di poter un giorno essere economicamente indipendenti.

L’impressione che ho avuto, tra un discorso e l’altro, è stata di un netto contrasto tra l’atmosfera goliardica che ogni notte invade le strade di Barcellona, e quella di attesa e preoccupazione che si racchiude invece dentro molti abitanti della città, quelli che la vivono tutto l’anno e che forse vorrebbero cercare fortuna altrove.

Non siamo così distanti noi italiani e, in fondo, le nostre paure sono le stesse degli spagnoli e degli altri europei. Viviamo nella stessa epoca, globalizzata, connessa eppure così confusa. Ma allo stesso tempo sappiamo ancora riconoscere una melodia di flamenco suonata in Carrer de la Pietat a due passi dalla cattedrale, sappiamo che quello è il momento giusto per fumarsi una sigaretta e ammirare la coppia di amanti che si bacia sotto la luce soffusa del lampione. E forse è questa sensibilità che ci permette di andare avanti.

Quelli a Barcellona sono stati cinque giorni vissuti intensamente. Forse io e il mio amico non ci saremo mischiati assieme alle migliaia di turisti che ogni notte popolano le discoteche e i club della città, ma abbiamo conosciuto persone vere, ognuno in grado di raccontarci una storia particolare, mai banale. È stato il viaggio che cercavamo: il viaggio dell’ukulele e delle nostre canzoni suonate in metropolitana, il viaggio della Sangria corretta col rum, il viaggio del miglior Mojito della storia, quello della mostra di Joan Mirò con l’aria condizionata, delle tapas e della cerveza da mezzo litro a soli due euro.

È stato un viaggio per poter tornare a casa più ricchi e più consapevoli. Un viaggio per poter ripartire, nella vita di ogni giorno e nei prossimi mesi, forse alla scoperta di un nuovo paese, di altri ragazzi e ragazze che come noi ci credono ancora, tenendo però bene a mente il seguente concetto:

<

p style=”text-align:center;”>”Travel Wide, it can open your mind and fill up your soul.

Un viaggio per ripartire – Prima parte

Ho 25 anni compiuti da poco, due lauree alle spalle e mille progetti nella mente. In questo periodo davanti a me si stanno aprendo numerose strade i cui effetti futuri non sono a me ancora del tutto conosciuti. Spesso mi chiedo se non ho impegnato la testa in troppe cose diverse e se mai riuscirò a compiere almeno uno di quei progetti accennati sopra. Sono mesi che ci rifletto, alternando periodi di grande entusiasmo a momenti di preoccupazione e disagio. Non sarà facile, lo so. E ci vorrà ancora molto tempo per raccogliere buoni risultati.

Tutti questi pensieri negli ultimi giorni cominciavano a starmi stretti ed essendo arrivato al limite della sopportazione ho capito che era il momento di staccare. Avevo bisogno di prendere e andare, e così è stato. Assieme a un amico ho organizzato un viaggio a Barcellona, capitale della Catalogna e meta amata soprattutto dai giovani in cerca di nuove emozioni. Il nostro obiettivo? Lasciarsi alle spalle i problemi della vita quotidiana e vivere un’avventura fino in fondo, zaino in spalla, cartina e ukulele (il mio amico è un buon musicista).

Siamo partiti venerdì 8 agosto dalla stazione dei treni di Udine. Qualche panino nel sacco, un libro (un Simenon per l’esattezza), le immancabili carte da briscola e un lettore mp3. Siamo arrivati a Torino dove siamo stati ospitati a casa di un amico di mia sorella giusto per avere un letto durante la notte. Con lui abbiamo condiviso una birra dopo aver attraversato la città piemontese apparentemente così silenziosa e deserta, illuminata da mille luci che rendevano più magica e meno faticosa la nostra camminata. Abbiamo chiaccherato e conosciuto un persona molto gentile, avendo l’impressione che dovunque tu vada esista un tuo coetaneo che la pensa come te, che ascolta la tua stessa musica e che possa essere facilmente tuo amico. Sì, è stata una buona notte.

Il giorno dopo ci siamo alzati alle 9, abbiamo fatto colazione in un bar poco lontano dall’appartamento e alle 11 ci siamo presentati puntuali in Piazza Statuto per iniziare la nostra avventura. Ad aspettarci c’era infatti una coppia di 28 anni, Manuel e Sara, anche loro di Torino, che avevo contattato personalmente tramite Bla Bla Car, il servizio di car sharing inventato in Francia e sempre più popolare anche dalle nostre parti.

Quel sabato 9 agosto 2014 era stato definito da tutti “da bollino rosso”. Per questo i nostri due nuovi compagni di viaggio avevano deciso di percorrere una strada alternativa, uscendo dall’autostrada al confine con la Francia e percorrere le Alpi e le colline francesi fino a 350km da Barcellona. Un viaggio apparentemente molto lungo, ma capace di regalarci piacevoli sorprese.

“Questo percorso veniva fatto dai miei genitori quando erano giovani e da qualche anno abbiamo deciso di seguire le loro orme” ci ha confessato Sara, lavoratrice per un’azienda del marmo torinese e figlia di una donna catalana che li avrebbe ospitati proprio a Barcellona per due settimane di vacanza. “Una volta l’autostrada non esisteva, perciò questa era una strada quasi obbligata” aveva aggiunto Manuel, il compagno di Sara, occupato in un’impresa vetraia ma con il sogno di diventare uno speaker radiofonico.

Manuel lavora infatti anche per una radio locale, Radio Veronica One, ma purtroppo non basta. Ha bisogno di un lavoro per sopravvivere e che gli permetta di fare ciò che gli piace. Ha iniziato quattro anni fa e solo ora sta raccogliendo i frutti delle proprie fatiche. “Torno a casa alle nove di sera, ceno e inizio a preparare la puntata. Spesso rimango alzato fino alle due – tre di notte. È faticoso, però continuo a crederci.”

Il nostro viaggio è proseguito così, descrivendo ognuno la propria vita e confrontandola con quella degli altri. Loro tre anni più di me, un lavoro più o meno pagato, ma con ancora molti sogni nel cassetto. Io e il mio amico, invece, che solo ora cominciamo ad affacciarci al mondo del lavoro, con forse ancora qualche residuo adolescenziale , ma già con molti pensieri per la testa.

Per 12 ore, dalle undici di mattina alle undici di sera abbiamo discusso di tutto: dalla musica che ci fa ancora emozionare, alla politica che ci sta sempre più stretta, ai nostri progetti. È stato lungo, certo, ma se penso a quel panino gustato sulle rive del Lago di Serre Ponçon o alle gole montane attraverso le quali si distendeva la statale francese, non posso far altro che sorridere. E l’avventura era appena iniziata. (continua giovedì)