Un viaggio per ripartire – Seconda parte

Siamo arrivati a Barcellona alle undici di sera. Manuel e Sara ci hanno lasciato esattamente sotto la Sagrada Familia, l’opera simbolo dell’architetto Antoni Gaudì, personaggio essenziale per la comprensione della struttura urbana della città. La notte era ormai scesa, ma c’erano ancora molti turisti che si fotografavano con dietro questo colosso di storia e religione. Io e il mio amico non ci credevamo ancora: eravamo arrivati a Barcellona. Ce l’avevamo fatta, stanchi, sfiniti ma soddisfatti, anche se c’era un ultimo brivido da correre: raggiungere l’appartamento presso il quale avremmo dovuto soggiornare.

Grazie all’aiuto di una cartina (altro che smartphone) e alla velocità della metro (il sabato è aperta tutta la notte) in meno di venti minuti siamo giunti a destinazione. Ad accoglierci c’era Andrea, una ragazza di circa trent’anni di origine cilena che tramite Airbnb affittava le tre camere della sua casa, a noi, a tre ragazzi francesi e a uno spagnolo.

Personalmente ero molto preoccupato di non trovare né il posto né Andrea, perché dei sei messaggi che le avevo inviato per concordare l’orario del check-in uno solo aveva ottenuto risposta e nemmeno troppo convincente. Per scrupolo non avevo confidato nulla a nessuno, altrimenti in molti mi avrebbero suggerito di annullare la prenotazione e di trovarmi un altro posto. Ma quando al campanello di Gran Via de les Corts Catalanes Andrea ci ha risposto, tutte le mie paure sono svanite. Avevo capito che la vacanza era proprio iniziata.

Dal giorno dopo, infatti, assieme al mio compagno di viaggio ho cominciato a godermi quel sapore di libertà misto a curiosità che solo in una città straniera si ha il piacere di apprezzare. Barcellona ci apriva le sue porte, in tutta la sua diversità e grandezza, da Plaza de España a La Rambla, da Plaza de Cataloña al quartier de Gracia.

Per cinque giorni abbiamo camminato (a volte anche dieci ore al giorno), sorprendendoci di come una città possa cambiare di quartiere in quartiere, di come una metropoli vissuta da tre milioni e mezzo di persone possa però ospitare ragazzi della nostra età con gli stessi pensieri, con le medesime paure nel futuro e con lo stesso desiderio di organizzare la propria indipendenza.

È il caso di José, ragazzo spagnolo, alto un metro e ottanta, la barba più lunga dei capelli, ma il cui giovane sguardo rivelava i suoi soli ventinove anni e la sua grande voglia di viaggiare. Lo abbiamo conosciuto al Foxy Bar, locale presso cui lavorava, tra la Rambla e il quartiere gotico. È stato gentile con noi fin dal primo momento, quando gli avevamo chiesto indicazioni per il Jazz Sì Club, un locale famoso per le sue jam e i suoi concerti dal vivo. Avendolo trovato chiuso (chiudeva inspiegabilmente alle dieci di sera), abbiamo deciso di tornare da quel personaggio che stava dietro al bancone e che tanta fiducia ci aveva ispirato.

Ci siamo così lasciati consigliare “la miglior birra spagnola”, l’Alhambra, una birra prodotta a Granada e che se non hai mangiato qualcosa prima ti manda direttamente nel mondo dei sogni (con il sorriso, sia ben chiaro). José, chitarrista, appassionato di rock psichedelico e laureato in Conservazione dei Beni Culturali, ci ha poi confessato che quel lavoro come barista è temporaneo. A settembre se ne andrà in Germania a lavorare come fotografo per una rivista spagnola, ma che non ha ancora un progetto preciso. In Spagna la sua laurea non vale niente.

Lo stesso ci hanno raccontato altri ragazzi di Barcellona: la Spagna sarà anche in ripresa, avrà un Pil positivo, ma la disoccupazione rimane notevole e i giovani sono costretti a vivere con le proprie famiglie, rimandando anche solo il pensiero di poter un giorno essere economicamente indipendenti.

L’impressione che ho avuto, tra un discorso e l’altro, è stata di un netto contrasto tra l’atmosfera goliardica che ogni notte invade le strade di Barcellona, e quella di attesa e preoccupazione che si racchiude invece dentro molti abitanti della città, quelli che la vivono tutto l’anno e che forse vorrebbero cercare fortuna altrove.

Non siamo così distanti noi italiani e, in fondo, le nostre paure sono le stesse degli spagnoli e degli altri europei. Viviamo nella stessa epoca, globalizzata, connessa eppure così confusa. Ma allo stesso tempo sappiamo ancora riconoscere una melodia di flamenco suonata in Carrer de la Pietat a due passi dalla cattedrale, sappiamo che quello è il momento giusto per fumarsi una sigaretta e ammirare la coppia di amanti che si bacia sotto la luce soffusa del lampione. E forse è questa sensibilità che ci permette di andare avanti.

Quelli a Barcellona sono stati cinque giorni vissuti intensamente. Forse io e il mio amico non ci saremo mischiati assieme alle migliaia di turisti che ogni notte popolano le discoteche e i club della città, ma abbiamo conosciuto persone vere, ognuno in grado di raccontarci una storia particolare, mai banale. È stato il viaggio che cercavamo: il viaggio dell’ukulele e delle nostre canzoni suonate in metropolitana, il viaggio della Sangria corretta col rum, il viaggio del miglior Mojito della storia, quello della mostra di Joan Mirò con l’aria condizionata, delle tapas e della cerveza da mezzo litro a soli due euro.

È stato un viaggio per poter tornare a casa più ricchi e più consapevoli. Un viaggio per poter ripartire, nella vita di ogni giorno e nei prossimi mesi, forse alla scoperta di un nuovo paese, di altri ragazzi e ragazze che come noi ci credono ancora, tenendo però bene a mente il seguente concetto:

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