La seduzione della pallacanestro, la praticità del giornalismo

Provate a soffermarvi sulla parola “Basket“. Immediata. Diretta. Utilizzata spesso negli articoli sportivi, ma circoscritta a un solo oggetto: l’anello con la retina.

Provate ora a pronunciare “Pallacanestro“, vera traduzione di “Basket-ball”. Prima di tutto è più completa, perché accoglie al suo interno anche una sfera meravigliosa e arancione che si infila nella retina di quell’anello descritto sopra. Ma poi è una parola che regala armonia e seduce chi la legge. E quando assisti a un buon incontro di pallacanestro è inutile: entri a far parte di quel mondo, ascoltando una musica composta da speciali artisti che corrono sul parquet, capaci di dettare i tempi e di cambiare il ritmo a loro piacimento.

Ecco, quando nei miei articoli scrivo la parola “Pallacanestro” mi sento più vicino a quel mondo che devo raccontare. Sto meglio, perché la Pallacanestro, se giocata come si deve, è uno sport dinamico, armonioso e musicale.

Tuttavia faccio il giornalista e per una una questione di spazio sono spesso costretto a sostituirla con “Basket”. Un articolo infatti è composto da un certo numero di battute. Se sgarri vieni tagliato. Non importa se hai composto un bel pezzo: se è troppo lungo, non hai fatto bene il tuo lavoro e chissenefrega se hai scelto una parola più seducente. Nel giornalismo, sentimenti e opinioni non contano proprio nulla.

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Paolo Cognetti, a pesca nelle pozze più profonde

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Paolo Cognetti è uno dei più promettenti scrittori italiani. Nato a Milano nel 1978 ha già pubblicato diversi racconti e un romanzo, Sofia si veste sempre di nero, nel 2012. L’oggetto della sua produzione letteraria si concentra spesso sul disagio di una generazione precaria, incapace di progettare un futuro indipendente, con tutto quello che può conseguire a livello sociale e sentimentale (vi ricorda qualcosa?).

Nel 2014 esce la sua ultima fatica, a metà tra il saggio e la narrazione, edito da Minimum Fax: A pesca nelle pozze più profonde. Si tratta di una serie di riflessioni sull’arte di scrivere racconti, secondo Cognetti spesso sottovalutati rispetto ai romanzi, ma che allo stesso tempo possono racchiudere una maggiore intensità narrativa. Ma come si fa a scrivere un grande racconto? Quali sono i segreti per racchiudere una parte di mondo in poche righe?

Cognetti prova a darsi delle risposte, prendendo a riferimento la narrativa americana a lui tanto cara: scrittori come Hemingway, O’Connor e Fitzgerald sono citati spesso per la loro capacità di scrivere brevi storie, pur essendo conosciuti maggiormente per i loro romanzi. Cognetti poi divide il proprio lavoro in tre parti: “Sul mistero”, “Ama i tuoi personaggi” e “Quattro storie di Sofia”.

Nella prima parte traccia quelli che per lui sono i passi fondamentali per ambientare correttamente la scena di un racconto. Chi scrive non deve cercare di spiegare ogni dettaglio al lettore, ma deve lasciar intravedere uno spiraglio di luce, portare in superficie uno dei tanti aspetti che per lui vale la pena di raccontare: un racconto è come aprire una finestra e guardarci per un attimo dentro. La scena che ci si para davanti deve, infatti, avere un prima e un dopo, mentre la storia narrata può essere solo un pezzo di vita, fermato e impresso in quelle poche pagine. Per poterlo rendere sincero bisogna esplorare, non solo il paesaggio circostante, ma anche ciò che i personaggi pensano.

Si arriva così alla seconda parte, dedicata alle emozioni che lo scrittore deve saper imprimere su carta. Quale posizione deve prendere il narratore? Deve essere onnisciente? O forse è meglio scrivere in prima persona? E, infine, che rapporto deve avere l’autore con i suoi personaggi? Domande a cui Cognetti prova nuovamente a rispondere, dando molto più spazio ad esempi narrativi, elogiando quegli scrittori che sanno attendere, ascoltare e meravigliarsi.

Sull’onda della letteratura americana il libro si conclude con quattro racconti dedicati a Sofia, protagonista del già citato romanzo di Cognetti, il quale cerca di mettere in pratica quanto appuntato nelle pagine precedenti, dedicando ognuna delle storie a scrittori particolari.

Cognetti riesce quindi nel suo intento: il racconto può regalare emozioni e porre numerose domande, ma solo se riesce a catturare il lettore fin dalle prime battute. Chi scrive deve saper pescare dalla profondità dell’acqua quello che in superficie è invisibile agli occhi degli altri.

The Imitation Game, per chi lo deve ancora vedere

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I film tratti da una storia vera trasmettono spesso emozioni particolari che fanno riflettere lo spettatore anche una volta uscito dal cinema. The Imitation Game è uno di questi, vuoi per i temi affrontati, vuoi per l’intensità della narrazione.

Diretto dal regista norvegese Morten Tyldum, il film, candidato a otto premi oscar, racconta tramite una serie di flashback la vita di Alan Turing, brillante matematico inglese che, durante il secondo conflitto mondiale, fu ingaggiato dai servizi segreti britannici per decrittare i codici con i quali i nazisti comunicavano le loro operazioni. Lo strumento tedesco utilizzato a tale scopo era chiamato Enigma, una specie di macchina per scrivere dalla quale prese poi il nome la stessa operazione di decodificazione inglese.

Turing, interpretato nel film daBenedict Cumberbatch, assieme a una squadra di matematici ed esperti crittografi tra cui Joan Clark, analista inglese interpretata da Keira Knightley, lavorò fino alla fine della guerra presso la scuola di Bletchey Park, all’epoca postazione segreta dell’esercito, per costruire una macchina in grado di risolvere il metodo di codificazione nazista. Il pregio di Turing, evidenziato nel film, sta proprio nell’aver intuito l’impossibilità di poter tradurre i messaggi tedeschi uno alla volta, ma di aver cercato un metodo alternativo: per capire una macchina ci voleva un’altra macchina. L’intelligenza e la caparbietà di questo personaggio fuori dal comune portarono così alla costruzione del vero antenato del computer, con il quale l’esercito alleato poté anticipare molte mosse avversarie.

Il film di Tyldum, tratto dalla biografia di Andrew Hodges “Alan Turing. The Enigma”, mette in luce diversi temi di importanza storico sociale, tutti concentrati sullo stravagante e spesso incompreso matematico. Innanzitutto, la quasi impossibilità di due schieramenti aventi lo stesso potenziale di distruggersi con la forza mette in gioco un altro fattore fin lì tenuto in disparte: la logica che, affiancata alla tecnologia, permette di risolvere un problema apparentemente irrisolvibile. Ma per risolvere questo problema servono persone speciali, che con il servizio militare non abbiano nulla a che fare. Nel film, infatti, si ripete spesso la frase: “Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”. E Turing è una di quelle.

Tuttavia, essere speciali non è sempre considerato un pregio. Infatti, in un paese dove il primo ministro Winston Churchill dichiara di aver vinto la guerra nel nome della libertà, essere omosessuali è considerato reato. Tyldum fa emergere questa contraddizione nella parte finale del film, quando Turing, a distanza di alcuni anni dalla fine del conflitto mondiale, viene punito dal suo stesso paese per non essere come tutti gli altri. L’obiettivo del film sta proprio in questo: ridare vita a un personaggio determinante per la storia, spesso vittima dell’incomprensione di chi gli stava attorno.

Gli italiani “siamo” ignoranti

Ipsos Mori, una società inglese specializzata in sondaggi, ha pubblicato la sua ultima ricerca sull’ignoranza dei cittadini di 14 diversi paesi. Gli italiani, in questa speciale classifica, si sono posizionati al primo posto, precedendo americani e sud coreani.

Si trattava di dieci domande relative alle statistiche che descrivono la situazione politica, economica e sociale di ciascuno stato. Due esempi: “Qual è la percentuale di immigrati nel tuo paese?” e “Quanti sono i ragazzi tra i 18 e i 24 anni che non fanno niente?”

In molti si sono chiesti di chi fosse la colpa di questa ignoranza nazionale: dei cittadini (il sito Today non se lo pone nemmeno) o dell’informazione (Francesco Costa ha un’idea precisa). E a mio modo di vedere farsi questa domanda è necessario, perché ho la sensazione che in molti si siano scagliati sui propri connazionali condannando una situazione generale di ignoranza dalla quale ovviamente ci si discosta.

Sia chiaro: è bene indignarsi e reagire negativamente a una notizia del genere. Tuttavia, prima di urlare la propria condanna al mondo esterno bisognerebbe andare a verificare quale sia il grado di conoscenza delle domande in questione. In quanti c’hanno provato? In quanti si sono chiesti: ok, ma di che domande si tratta? Io cosa avrei risposto?

La domanda me la sono fatta e ho provato a rispondere ai dieci quesiti. Risultato? 5/10. Alle superiori mi avrebbero dato un’insufficienza. Mi sento quindi di condannare tutti gli italiani per questo? Ne ho forse il diritto? Non credo proprio. Ma in quanti di noi ce l’hanno veramente? E una volta compreso il mio grado di conoscenza personale a chi mi devo rivolgere per migliorare la situazione?

I soggetti nei quali è racchiusa la risposta sono sempre gli stessi: i cittadini e l’informazione giornalistica, che è prodotta da cittadini. Da dove iniziamo?

Suggerimenti letterari di un giovane lettore

Leggere, un piacere complesso

Su Facebook circola da un paio di giorni una “catena letteraria” nella quale si viene nominati da un proprio amico per stilare una lista di dieci libri da leggere. Una volta concluso l’elenco, si nomina almeno un’altra persona e avanti. Alcuni non si abbassano a queste frivolezze culturali, altri invece approvano il gesto e per rendere ancor più stimolante la questione danno una spiegazione, seppur breve, del perché hanno scelto quella lettura.

Io vorrei fare qui lo stesso, perché trovo l’iniziativa utile a chi come me sta cercando il prossimo libro da leggere e poi perché la vedo come un’occasione per confrontarsi sulle emozioni che ciascuna storia ci ha regalato. George Martin, uno scrittore fantasy di cui non ho letto nulla e mai leggerò qualcosa finché scriverà fantasy, ha espresso però un concetto molto profondo che prendo a prestito per la mia classifica personale: “Chi legge vive mille vite prima di morire”. “Chi non legge mai, ne vive una sola.” E ora cominciamo.

1. Ernest Hemingway – Per chi suona la campana. Una volta finito ho letto praticamente tutta l’opera omnia del buon Papa. Da qui si inizia, da qui si deve per forza passare.

2. Milan Kundera – L’immortalità. Più intenso, profondo e illuminante de L’insostenibile leggerezza dell’essere. Un vero romanzo filosofico.

3. Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore… Consigliato a chiunque stia perdendo il gusto della lettura o a chi lo deve ancora trovare. È il libro giusto.

4. John Steinbeck – Uomini e topi. Tanto triste quanto vero. L’umanità nella sua descrizione più intima.

5. Francis Scott Fitzgerarld – Tenera è la notte. Per chi non vuole fermarsi al classico Grande Gatzby ma desidera conoscere la vera sensibilità di questo grande scrittore americano.

6. George Simenon – La camera azzurra. Un giallo che non è un giallo, una storia d’amore tragica ma allo stesso tempo incantevole. In molti lo definiscono come il miglior romanzo di Simenon. Io ne ho letti solo tre, ma per il momento posso confermare.

7. Enrico Brizzi – Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Siamo stati tutti adolescenti e da qualche parte lo siamo ancora. Brizzi ce lo ricorda raccontandoci la storia di un ragazzo perso tra amore, scuola e tanto rock’n’roll.

8. Oriana Fallaci – Un uomo. L’unico suo libro che sono riuscito a leggere, ma ne è valsa la pena. Una storia così incredibile eppure realmente accaduta. Un must della letteratura.

9. George Orwell – 1984. Uno dei libri più angoscianti che abbia mai avuto tra le mani. La sensazione è che si viva in un perenne stato di buio e oscurità, ma il messaggio del romanzo non è mai stato così attuale.

10. Indro Montanelli – L’Italia degli anni di piombo. Non è di certo un romanzo, ma una storia è pur sempre una storia e qui si parla della Storia d’Italia, quella più drammatica e misteriosa. Sì, vale la pena avercelo sempre a portata di mano.