Gli italiani “siamo” ignoranti

Ipsos Mori, una società inglese specializzata in sondaggi, ha pubblicato la sua ultima ricerca sull’ignoranza dei cittadini di 14 diversi paesi. Gli italiani, in questa speciale classifica, si sono posizionati al primo posto, precedendo americani e sud coreani.

Si trattava di dieci domande relative alle statistiche che descrivono la situazione politica, economica e sociale di ciascuno stato. Due esempi: “Qual è la percentuale di immigrati nel tuo paese?” e “Quanti sono i ragazzi tra i 18 e i 24 anni che non fanno niente?”

In molti si sono chiesti di chi fosse la colpa di questa ignoranza nazionale: dei cittadini (il sito Today non se lo pone nemmeno) o dell’informazione (Francesco Costa ha un’idea precisa). E a mio modo di vedere farsi questa domanda è necessario, perché ho la sensazione che in molti si siano scagliati sui propri connazionali condannando una situazione generale di ignoranza dalla quale ovviamente ci si discosta.

Sia chiaro: è bene indignarsi e reagire negativamente a una notizia del genere. Tuttavia, prima di urlare la propria condanna al mondo esterno bisognerebbe andare a verificare quale sia il grado di conoscenza delle domande in questione. In quanti c’hanno provato? In quanti si sono chiesti: ok, ma di che domande si tratta? Io cosa avrei risposto?

La domanda me la sono fatta e ho provato a rispondere ai dieci quesiti. Risultato? 5/10. Alle superiori mi avrebbero dato un’insufficienza. Mi sento quindi di condannare tutti gli italiani per questo? Ne ho forse il diritto? Non credo proprio. Ma in quanti di noi ce l’hanno veramente? E una volta compreso il mio grado di conoscenza personale a chi mi devo rivolgere per migliorare la situazione?

I soggetti nei quali è racchiusa la risposta sono sempre gli stessi: i cittadini e l’informazione giornalistica, che è prodotta da cittadini. Da dove iniziamo?

Annunci

10 motivi sulla vittoria di Renzi

“Con me il Partito Democratico arriva al 40%”. Matteo Renzi lo aveva predetto già ancor prima di diventare segretario e premier poi. Detto e fatto. Il PD, dopo le elezioni europee del 25 maggio 2014, è infatti il primo partito a raggiungere (e superare) tale soglia dagli anni ’50, cioè quello che fu il periodo d’oro della Democrazia Cristiana.

Quelle appena concluse erano elezioni europee, certo, ma il fatto che la campagna elettorale sia stata condotta quasi esclusivamente su temi nazionali lascia pochi dubbi: il PD è legittimato a governare e Matteo Renzi ne è l’unico artefice. Vediamo alcuni motivi (ma probabilmente ce ne sono molti altri).

Le misure simbolo e a breve termine

  1. 80 € – È un periodo di crisi dove la maggior parte degli italiani stenta ad arrivare a fine mese. Una misura semplice, concreta e immediatamente visibile fa molta più breccia in periodi come questi dove si pensa a come sopravvivere oggi e non a vivere domani. La proposta di Renzi è stata efficace in questo senso per incentivare il consenso verso il suo partito. Lo aveva confessato lui stesso che si trattava di una manovra a scopo elettorale, dispiacendosi che gli 80€ non sarebbero arrivati prima del giorno delle elezioni. Così è stato, così come era stato fatto da Berlusconi con l’Ici. Che lo si voglia o no, un po’ di soldi in più in busta paga in questo periodo fanno la differenza, almeno psicologicamente.

2. Auto blu – Una misura simbolo, come lo sono state altre, ad esempio quelle sul tetto di stipendi dei manager. L’eccezionalità del periodo in questione gioca anche qui un ruolo determinante. La vendita delle auto blu non è stato di certo fondamentale per risollevare i conti dello Stato, né tanto meno la soluzione per trovare nuovi soldi per combattere la crisi economica. Ma nel momento in cui si mostra un tentativo in questo senso, agendo su un aspetto simbolo del potere criticato e rinnegato, ciò funziona dal punto di vista dell’immagine e conseguentemente del consenso politico.

  1. Le donne – Le quote rosa nel governo e i capolista tutti al femminile alle elezioni europee sono un altro esempio di come Renzi punti ai segnali forti inviati direttamente alla popolazione. Con questa in particolare il premier ha fatto breccia nell’elettorato femminile dimostrando di dargli importanza nel concreto.

Si tratta di misure a breve termine che portano sì dei risultati ma utili soprattutto ai fini elettorali. Nel lungo periodo Renzi dovrà dimostrare ben altro, ma con la consapevolezza che ogni misura con effetti negativi sul breve (nuove tasse?) potrebbe portare un ulteriore ribaltamento del risultato elettorale.

La debolezza degli avversari

  1. Berlusconi – Il fatto di essere stato condannato in via definitiva per evasione fiscale deve avere inciso sulla credibilità del leader politico indiscusso a livello nazionale degli anni ’90 e 2000. I suoi lo stanno abbandonando piano piano e pure il suo elettorato. Berlusconi è stanco, come lo è stata anche la sua campagna elettorale, rivolta più a una popolazione anziana che a un paese in attesa di cambiamento. Raggiungere il 16% quando l’ambizione era di arrivare al 25 non fa altro che confermare il declino inevitabile di una persona interdetta dagli uffici pubblici e condannata ai servizi sociali.

  2. Grillo – Urla, insulti e tribunali popolari non hanno favorito la crescita del Movimento 5 Stelle, convinto fino a poche ore fa di vincere le elezioni europee e di ribaltare il Parlamento italiano. Il M5S ha avuto un anno per dimostrare la sua valenza stando all’opposizione, ma allo stesso tempo la sua strategia si è più volte limitata al tirarsi fuori da qualsiasi decisione per poi gridare al complotto e all’inciucio. Questo ha forse consolidato lo zoccolo duro del movimento (raggiungere il 21% è comunque un risultato rilevante), ma non ha più incuriosito, non ha più dato speranza a chi attende un cambiamento per il proprio paese.

  3. Nuovo Centro Destra – Angelino Alfano dovrà rivedere i suoi piani, perché ha dimostrato di non avere praticamente alcun seguito. Rimane al governo, entra per un soffio in Europa (ha preso il 4,38%), ma risulta molto debole dal punto di vista politico. Rispetto a Renzi non c’è paragone. Gli italiani non ci credono, anche perché le proposte fin qui enunciate dal NCD sono praticamente inesistenti.

  4. L’altra Europa con Tsipras. Doveva essere la risposta della “vera sinistra”, quella della società civile volenterosa di mettersi in gioco. Così non è stato. Forse lo spazio in campagna elettorale non è stato lo stesso rispetto ai tre maggiori partiti nazionali, ma allo stesso tempo è mancata la credibilità di una figura che ben rappresentasse gli interessi degli italiani. Bene o male, avere un leader riconosciuto è una carta vincente. Tsipras può andare bene in Grecia, in Italia bisogna lavorarci sopra.

Lo scenario politico e sociale

  1. Italia paese moderato – Il nostro paese ha una lunga storia moderata. Se si vanno a scorrere i risultati elettorali dal 1948 in poi, non c’è mai stata una maggioranza con partiti estremisti o considerati tali. La Democrazia Cristiana per decenni è stato il primo partito, il Partito Comunista Italiano l’ha sempre seguita. Solo nella seconda metà degli anni ’70 c’era stato un avvicinamento tra le due compagini politiche, ma non ci fu mai un rovesciamento. Renzi, pur promettendo grandi cambiamenti, non è di certo un estremista, anzi. E l’Italia che lo vota (per ora) lo apprezza anche per questo.

  2. Un nuovo cambiamento sarebbe stato distruttivo – Se avesse vinto Grillo l’attuale assetto politico si sarebbe sfaldato, poiché il M5S avrebbe potuto utilizzare il risultato elettorale per far cadere il governo e tornare alle elezioni. A quel punto nessuno può prevedere cosa sarebbe potuto accadere, ma di certo non ci sarebbe stata più continuità nell’operato degli ultimi tre mesi. Sarebbe ricominciato tutto daccapo e si sarebbe perso ulteriore tempo. Alcuni italiani potrebbero avere ragionato anche in questo modo, prima di andare a votare.

  3. Parlamento contro – Il governo di Renzi rimane lo stesso, come rimane uguale la composizione del Parlamento italiano. Dal punto di vista dei numeri non cambia nulla. Per andare avanti nelle riforme il premier necessita dell’appoggio del NCD e per le riforme costituzionali di FI. Allo stesso tempo però può utilizzare questa debolezza come un’arma a doppio taglio: io propongo le riforme, loro non me le approvano, la responsabilità è loro se il governo cade. Una strategia che nel bene o nel male Renzi ha già cominciato a utilizzare, ma che potrà tornare utile anche nei prossimi mesi.

Considerazione finale

I risultati delle europee non possono però essere definiti una svolta a sinistra. Il Partito Democratico non può credere di essere stato impeccabile nella campagna elettorale né tantomeno di aver convinto la popolazione italiana ad avvicinarsi ai propri valori. Prima di tutto perché il merito va quasi esclusivamente alla capacità di leadership e di infondere speranza di Renzi, e dall’altra per via del grande vuoto che si è formato a destra. A votare sono andati il 57,22%. Un risultato buono se confrontato con il resto d’Europa, ma la grande astensione evidenzia un elevato numero di persone che potenzialmente voterebbero per qualcun altro.

Chiamiamola Shoah, non Olocausto

url-1Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria, da nove anni dedicata a tutte le vittime dello stragismo nazista, il quale portò  alla morte sei milioni di ebrei, circa due milioni di rom e sinti, e migliaia di omosessuali e disabili, la maggior parte dei quali morti nei campi di concentramento e di sterminio.

Molto spesso, a questa giornata viene affiancato il termine Olocausto, termine forse non del tutto appropriato. La parola “olocausto“, infatti, ha un significato più religioso, che ha poco a che fare con quello accaduto ai milioni di deportati. Il significato, soprattutto per gli stessi ebrei, è “sacrificio” e come possiamo ben intendere non sarebbe del tutto corretto utilizzarlo per descrivere quell’azione spietata avvenuta prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Quanto compiuto dai Nazisti non fu infatti un “sacrificio”, bensì un genocidio. Nessuno fu sacrificato per un bene o un fine più alto, ma tutte quelle persone furono semplicemente sterminate. Per questo sarebbe più corretto utilizzare il termine Shoah, che significa più propriamente “catastrofe, distruzione“. Per il resto, continuiamo a ricordare. Ne abbiamo sempre più bisogno.