La seduzione della pallacanestro, la praticità del giornalismo

Provate a soffermarvi sulla parola “Basket“. Immediata. Diretta. Utilizzata spesso negli articoli sportivi, ma circoscritta a un solo oggetto: l’anello con la retina.

Provate ora a pronunciare “Pallacanestro“, vera traduzione di “Basket-ball”. Prima di tutto è più completa, perché accoglie al suo interno anche una sfera meravigliosa e arancione che si infila nella retina di quell’anello descritto sopra. Ma poi è una parola che regala armonia e seduce chi la legge. E quando assisti a un buon incontro di pallacanestro è inutile: entri a far parte di quel mondo, ascoltando una musica composta da speciali artisti che corrono sul parquet, capaci di dettare i tempi e di cambiare il ritmo a loro piacimento.

Ecco, quando nei miei articoli scrivo la parola “Pallacanestro” mi sento più vicino a quel mondo che devo raccontare. Sto meglio, perché la Pallacanestro, se giocata come si deve, è uno sport dinamico, armonioso e musicale.

Tuttavia faccio il giornalista e per una una questione di spazio sono spesso costretto a sostituirla con “Basket”. Un articolo infatti è composto da un certo numero di battute. Se sgarri vieni tagliato. Non importa se hai composto un bel pezzo: se è troppo lungo, non hai fatto bene il tuo lavoro e chissenefrega se hai scelto una parola più seducente. Nel giornalismo, sentimenti e opinioni non contano proprio nulla.

Il mio primo giorno di allenamento

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERASono passati 19 anni da quando per la prima volta calcai il prato verde di un campo di calcio per allenarmi in una piccola squadra di quartiere. All’epoca ero solo un bambino con pochi pensieri per la testa ma con una grande voglia di divertirsi e di scoprire il mondo. Era l’anno del mio ingresso alle scuole elementari, il 1995, quello dove per la prima volta ti siedi dietro un banco ad ascoltare quello che dovrebbe essere il tuo primo vero maestro.

Ebbene, il 1995 fu anche l’anno del mio primo allenamento. Dopo tre anni passati a scorrazzare tra le spiagge di Lignano e i prati carnici di Agrons di Ovaro con appresso un pallone – chiamato innocentemente tà-pum e calciato il più delle volte all’aria – era giunto il momento di dimostrare tutta la mia proverbiale esperienza da giocatore e confrontarmi con altrettante promesse calcistiche.

Ad accompagnarmi, se la memoria non inganna, quel giorno c’erano mia madre e a mia sorella più piccola. Io, più orgoglioso che mai, mi presentai al mister ed entrai subito in campo, cercando di mostrare come meglio potessi le mie qualità a confronto con gli altri (la mia competitività aveva già iniziato a muovere i primi passi). Facevo parte di una squadra di calcio, proprio come i miei idoli di allora: Daniele Massaro, Franco Baresi e Marco Van Basten (ero un po’ milanista, lo ammetto).

Tuttavia, quel modo di giocare per un’ora – un’ora e mezza, non dev’essermi troppo piaciuto. Forse perché alcuni bambini erano più grandi di me e facevano di tutto per mostrare la loro superiorità, più fisica che tecnica. Li vedevo correre molto di più rispetto a me e inoltre avevo poche occasioni per colpire il pallone. E poi fin dall’inizio ho trovato limitanti tutti quei birilli e paletti che per migliorare il controllo della palla eravamo costretti a dribblare. Dopo nemmeno un mese da quel fatidico giorno non ero più così convinto di giocare a calcio.

A questo si aggiunse l’arrivo dell’autunno e con esso il freddo e le prime piogge. Mia mamma e mia sorella, costrette fino a quel momento ad assistere ad ogni mio allenamento (avevo bisogno di sentire il calore dei tifosi fin dal principio) mi dissero che non mi avrebbero più seguito, poiché gli spalti a bordo campo non erano coperti. Quindi mi porsero davanti una drastica alternativa: “O vai da solo o cambi sport, così almeno ti accompagna la nonna!”.

Un ricatto bello e buono, potreste pensare. Come potreste pensare che io non cedetti alla prima difficoltà. E invece quell’imposizione mi convinse immediatamente: avevo bisogno di un supporto morale, qualcuno che mi seguisse nel mio percorso e che mi fosse vicino anche se ero impegnato a divertirmi. Decisi quindi di cambiare e di iniziare una nuova disciplina, chiamata nel linguaggio italiano “la pallacanestro”. Uno sport dinamico, atletico, fantasioso, ma soprattutto da giocare all’interno di una palestra con qualsiasi tipo di tempo, con la garanzia di avere la nonna tra gli spalti (orgogliosa più che mai, non dimentichiamolo).

Con la palla a spicchi fu amore a prima vista. Mi ricordo ancora il primo esercizio che il maestro Roberto, un uomo sui trenta – quarant’anni vestito con una tuta sintetica firmata Lotto, ci fece svolgere: il palleggio. Subito ci spiegò come la mano nel momento in cui deve spingere il pallone verso il parquet non deve essere piatta (il termine che lui utilizzò fu “a padella”), bensì deve essere leggermente curva, pronta per accogliere tra i polpastrelli quella specie di arancia rimbalzante per poi poterla nuovamente accompagnare verso terra. Iniziato l’esercizio, la maggior parte dei ragazzini non era riuscita a fare più di tre palleggi, mentre io ero già corso a fondo campo. Quel giorno capii che il basket sarebbe diventato il mio sport preferito.

Giocai a pallacanestro per tredici lunghissimi anni e per tredici lunghissimi anni indossai una sola casacca con lo stesso numero: il 6. Sui parquet del Friuli Venezia Giulia, e perché no, anche su quelli di Porto San Giorgio e Salso Maggiore, ho dato tutto. Mi sono buttato su ogni pallone, mi sono sbucciato più ginocchia di un giocatore di rugby, mi sono rotto il braccio sinistro e ho preso tanti di quei lividi che se gli ematomi non svanissero tre quarti del mio corpo sarebbe di colore viola.

Ci furono anche mille delusioni, perché col tempo si cresce e si capisce che alcuni hanno una marcia in più rispetto alla tua e perciò sei costretto a scaldare un posto in panchina. Tuttavia, quelle poche soddisfazioni che mi sono preso possono sicuramente compensare quanto patito. L’essere arrivato quinto ai campionati nazionali nel 2003, l’aver vinto due tornei regionali ed essere stato capitano negli ultimi tre campionati sono degli ottimi esempi.

Ho smesso di giocare sei anni fa, un po’ a causa di una serie di infortuni, un po’ per aver iniziato l’università. L’anno scorso fui tentato di rientrare, ma non ebbi il coraggio di farlo. Oggi però, 26 agosto 2014, inizio una nuova esperienza, ma in pochi crederanno a quello che sto per scrivere. Non torno a giocare a basket, almeno non quest’anno. No, davanti a me c’è un’altra strada, una scelta che mai avrei pensato di intraprendere, ma che per come si è presentata mi è parso impossibile da rifiutare.

Oggi, dicevo, farò il mio primo allenamento come giocatore di calcio. Dopo 19 anni tornerò a correre su quel prato verde, armato di scarpette e calzetti lunghi, proprio come feci nel pieno della mia infanzia. Al mio fianco però, non ci saranno bambini capricciosi e prepotenti, bensì alcuni dei miei migliori amici ed è questa l’unica ragione che mi ha convinto ad accettare. Giocheremo il campionato Collinare del Friuli Venezia Giulia, dove le bestemmie sono più numerose dei passaggi andati a buon fine, dove nelle borracce è più probabile trovarvi birra piuttosto che acqua, ma dove l’affiatamento di un gruppo di amici (pur essendo tutti ex atleti) può ancora fare la differenza.

L’emozione è grande come lo è del resto la convinzione di soffrire dalla prima all’ultima di campionato. Quel che è certo e che da oggi le mie ginocchia torneranno a sbucciarsi, i crampi torneranno a immobilizzare i muscoli delle mie gambe e la schiena probabilmente mi farà penare più del solito. Poco importa, il primo giorno di allenamento è arrivato e non c’è nient’altro a cui pensare.