The Imitation Game, per chi lo deve ancora vedere

Imitation

I film tratti da una storia vera trasmettono spesso emozioni particolari che fanno riflettere lo spettatore anche una volta uscito dal cinema. The Imitation Game è uno di questi, vuoi per i temi affrontati, vuoi per l’intensità della narrazione.

Diretto dal regista norvegese Morten Tyldum, il film, candidato a otto premi oscar, racconta tramite una serie di flashback la vita di Alan Turing, brillante matematico inglese che, durante il secondo conflitto mondiale, fu ingaggiato dai servizi segreti britannici per decrittare i codici con i quali i nazisti comunicavano le loro operazioni. Lo strumento tedesco utilizzato a tale scopo era chiamato Enigma, una specie di macchina per scrivere dalla quale prese poi il nome la stessa operazione di decodificazione inglese.

Turing, interpretato nel film daBenedict Cumberbatch, assieme a una squadra di matematici ed esperti crittografi tra cui Joan Clark, analista inglese interpretata da Keira Knightley, lavorò fino alla fine della guerra presso la scuola di Bletchey Park, all’epoca postazione segreta dell’esercito, per costruire una macchina in grado di risolvere il metodo di codificazione nazista. Il pregio di Turing, evidenziato nel film, sta proprio nell’aver intuito l’impossibilità di poter tradurre i messaggi tedeschi uno alla volta, ma di aver cercato un metodo alternativo: per capire una macchina ci voleva un’altra macchina. L’intelligenza e la caparbietà di questo personaggio fuori dal comune portarono così alla costruzione del vero antenato del computer, con il quale l’esercito alleato poté anticipare molte mosse avversarie.

Il film di Tyldum, tratto dalla biografia di Andrew Hodges “Alan Turing. The Enigma”, mette in luce diversi temi di importanza storico sociale, tutti concentrati sullo stravagante e spesso incompreso matematico. Innanzitutto, la quasi impossibilità di due schieramenti aventi lo stesso potenziale di distruggersi con la forza mette in gioco un altro fattore fin lì tenuto in disparte: la logica che, affiancata alla tecnologia, permette di risolvere un problema apparentemente irrisolvibile. Ma per risolvere questo problema servono persone speciali, che con il servizio militare non abbiano nulla a che fare. Nel film, infatti, si ripete spesso la frase: “Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”. E Turing è una di quelle.

Tuttavia, essere speciali non è sempre considerato un pregio. Infatti, in un paese dove il primo ministro Winston Churchill dichiara di aver vinto la guerra nel nome della libertà, essere omosessuali è considerato reato. Tyldum fa emergere questa contraddizione nella parte finale del film, quando Turing, a distanza di alcuni anni dalla fine del conflitto mondiale, viene punito dal suo stesso paese per non essere come tutti gli altri. L’obiettivo del film sta proprio in questo: ridare vita a un personaggio determinante per la storia, spesso vittima dell’incomprensione di chi gli stava attorno.

Un viaggio per ripartire – Seconda parte

Siamo arrivati a Barcellona alle undici di sera. Manuel e Sara ci hanno lasciato esattamente sotto la Sagrada Familia, l’opera simbolo dell’architetto Antoni Gaudì, personaggio essenziale per la comprensione della struttura urbana della città. La notte era ormai scesa, ma c’erano ancora molti turisti che si fotografavano con dietro questo colosso di storia e religione. Io e il mio amico non ci credevamo ancora: eravamo arrivati a Barcellona. Ce l’avevamo fatta, stanchi, sfiniti ma soddisfatti, anche se c’era un ultimo brivido da correre: raggiungere l’appartamento presso il quale avremmo dovuto soggiornare.

Grazie all’aiuto di una cartina (altro che smartphone) e alla velocità della metro (il sabato è aperta tutta la notte) in meno di venti minuti siamo giunti a destinazione. Ad accoglierci c’era Andrea, una ragazza di circa trent’anni di origine cilena che tramite Airbnb affittava le tre camere della sua casa, a noi, a tre ragazzi francesi e a uno spagnolo.

Personalmente ero molto preoccupato di non trovare né il posto né Andrea, perché dei sei messaggi che le avevo inviato per concordare l’orario del check-in uno solo aveva ottenuto risposta e nemmeno troppo convincente. Per scrupolo non avevo confidato nulla a nessuno, altrimenti in molti mi avrebbero suggerito di annullare la prenotazione e di trovarmi un altro posto. Ma quando al campanello di Gran Via de les Corts Catalanes Andrea ci ha risposto, tutte le mie paure sono svanite. Avevo capito che la vacanza era proprio iniziata.

Dal giorno dopo, infatti, assieme al mio compagno di viaggio ho cominciato a godermi quel sapore di libertà misto a curiosità che solo in una città straniera si ha il piacere di apprezzare. Barcellona ci apriva le sue porte, in tutta la sua diversità e grandezza, da Plaza de España a La Rambla, da Plaza de Cataloña al quartier de Gracia.

Per cinque giorni abbiamo camminato (a volte anche dieci ore al giorno), sorprendendoci di come una città possa cambiare di quartiere in quartiere, di come una metropoli vissuta da tre milioni e mezzo di persone possa però ospitare ragazzi della nostra età con gli stessi pensieri, con le medesime paure nel futuro e con lo stesso desiderio di organizzare la propria indipendenza.

È il caso di José, ragazzo spagnolo, alto un metro e ottanta, la barba più lunga dei capelli, ma il cui giovane sguardo rivelava i suoi soli ventinove anni e la sua grande voglia di viaggiare. Lo abbiamo conosciuto al Foxy Bar, locale presso cui lavorava, tra la Rambla e il quartiere gotico. È stato gentile con noi fin dal primo momento, quando gli avevamo chiesto indicazioni per il Jazz Sì Club, un locale famoso per le sue jam e i suoi concerti dal vivo. Avendolo trovato chiuso (chiudeva inspiegabilmente alle dieci di sera), abbiamo deciso di tornare da quel personaggio che stava dietro al bancone e che tanta fiducia ci aveva ispirato.

Ci siamo così lasciati consigliare “la miglior birra spagnola”, l’Alhambra, una birra prodotta a Granada e che se non hai mangiato qualcosa prima ti manda direttamente nel mondo dei sogni (con il sorriso, sia ben chiaro). José, chitarrista, appassionato di rock psichedelico e laureato in Conservazione dei Beni Culturali, ci ha poi confessato che quel lavoro come barista è temporaneo. A settembre se ne andrà in Germania a lavorare come fotografo per una rivista spagnola, ma che non ha ancora un progetto preciso. In Spagna la sua laurea non vale niente.

Lo stesso ci hanno raccontato altri ragazzi di Barcellona: la Spagna sarà anche in ripresa, avrà un Pil positivo, ma la disoccupazione rimane notevole e i giovani sono costretti a vivere con le proprie famiglie, rimandando anche solo il pensiero di poter un giorno essere economicamente indipendenti.

L’impressione che ho avuto, tra un discorso e l’altro, è stata di un netto contrasto tra l’atmosfera goliardica che ogni notte invade le strade di Barcellona, e quella di attesa e preoccupazione che si racchiude invece dentro molti abitanti della città, quelli che la vivono tutto l’anno e che forse vorrebbero cercare fortuna altrove.

Non siamo così distanti noi italiani e, in fondo, le nostre paure sono le stesse degli spagnoli e degli altri europei. Viviamo nella stessa epoca, globalizzata, connessa eppure così confusa. Ma allo stesso tempo sappiamo ancora riconoscere una melodia di flamenco suonata in Carrer de la Pietat a due passi dalla cattedrale, sappiamo che quello è il momento giusto per fumarsi una sigaretta e ammirare la coppia di amanti che si bacia sotto la luce soffusa del lampione. E forse è questa sensibilità che ci permette di andare avanti.

Quelli a Barcellona sono stati cinque giorni vissuti intensamente. Forse io e il mio amico non ci saremo mischiati assieme alle migliaia di turisti che ogni notte popolano le discoteche e i club della città, ma abbiamo conosciuto persone vere, ognuno in grado di raccontarci una storia particolare, mai banale. È stato il viaggio che cercavamo: il viaggio dell’ukulele e delle nostre canzoni suonate in metropolitana, il viaggio della Sangria corretta col rum, il viaggio del miglior Mojito della storia, quello della mostra di Joan Mirò con l’aria condizionata, delle tapas e della cerveza da mezzo litro a soli due euro.

È stato un viaggio per poter tornare a casa più ricchi e più consapevoli. Un viaggio per poter ripartire, nella vita di ogni giorno e nei prossimi mesi, forse alla scoperta di un nuovo paese, di altri ragazzi e ragazze che come noi ci credono ancora, tenendo però bene a mente il seguente concetto:

<

p style=”text-align:center;”>”Travel Wide, it can open your mind and fill up your soul.

Un week-end come si deve

Ci sono diversi modi per passare un buon fine settimana: in compagnia della propria ragazza, di alcune birre e di buoni amici, leggendo un libro in solitudine oppure facendo una camminata in montagna. Bene, se togliamo la prima opzione, siccome la mia ragazza è dall’altra parte del mondo, allora posso essere orgoglioso di averle vissute tutte e in un modo o nell’altro di ritenermi soddisfatto.

Innanzitutto venerdì sera io e la mia band (per chi non ci conoscesse ci chiamiamo FUMetti skazzATI, facciamo ska/reggae e abbiamo già conquistato metà Europa con il nostro sound impeccabile) dovevamo aprire il concerto dei Vallanzaska, uno dei gruppi storici del panorama ska italiano. In poche parole, dovevamo suonare prima dei nostri idoli e ci stavamo cagando letteralmente sotto (anche perché forse il loro sound è un po’ più impeccabile del nostro).

Eravamo all’Over The Noise di Villanova, una frazione di San Daniele, patria del prosciutto crudo. Il palco si trovava al centro del Parco divertimenti al Tagliamento, un’ottima zona per dimenticare gli screzi della settimana e tornare in pace con se stessi, con la musica e con la natura.

Abbiamo suonato bene, ci han detto. Abbiamo fatto ballare anche chi non ci conosceva e abbiamo passato la serata con i Vallanzaska, prima e dopo il loro concerto. Sudati, alterati, felici. Avevamo coronato il nostro sogno e lo avevamo ottenuto solo con il desiderio di costruire qualcosa insieme. Ma più di tutto è stato emozionante ritrovare vecchi amici che da Venezia, Belluno e Pordenone erano sotto il palco, ancora una volta pronti a supportarci in questa impresa.

1-DSC_0163Sabato invece la giornata è stata totalmente diversa. È piovuto per l’intero pomeriggio e un senso di malinconia ha invaso i miei pensieri e forse anche quelli di qualcun altro. Si trattava di una malinconia strana, che non aveva una causa ben precisa, pur essendo molto nitida e profonda. Questa sensazione si è poi amplificata sviluppando sentimenti diversi di paura, di amore, desiderio di viaggiare e di pensare, grazie alla lettura di un libro che in molti conosceranno: “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón, un romanzo ambientato a Barcellona e fatto di intrighi e misteri, ma dalla facile lettura.

Si pensa spesso alla solitudine come un’esperienza negativa. Quel pomeriggio invece non lo è stato per niente, anzi. Approfittare del tempo a disposizione e farlo proprio in compagnia di un buon libro rilassa il corpo e permette alla mente di poter riformulare pensieri nascosti che forse non ricordavamo più di avere. Devo confessare che mi è servito. Da troppo tempo non riuscivo a organizzare una giornata solo per me stesso, perché gli impegni e la fretta della settimana la stavano facendo da padrone. Grazie a quel sabato ho potuto recuperare.

Domenica infine sono andato a camminare in montagna assieme a un gruppo di amici. Ci siamo trovati a Tramonti di Sotto, località montana del pordenonese e da lì abbiamo raggiunto Palcoda, un villaggio abbandonato dal 1923 e rifugio partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale. È stata una buona camminata, grazie alla compagnia e al paesaggio che faceva da sfondo. Le dolomiti friulane infatti offrono molto dal punto di vista naturalistico. Abbiamo avuto la fortuna di individuare un camoscio e due serpenti: il primo di certo un orbettino, il secondo era decisamente troppo grosso e lungo per esserlo, ma a giudicare dalla lentezza dei movimenti dava l’impressione di essere in pace con se stesso.

Abbiamo poi proseguito raggiungendo un bivacco presso Tamar e poi siamo ridiscesi a valle. Tra pause e piccoli imprevisti 5 ore di cammino non ce li ha tolte nessuno. E soprattutto quel piacere di arrivare in cima e gustarsi degli ottimi panini ripieni di speck e formaggio non ha certamente eguali. Sì, è stata veramente un’ottima giornata.

Sulla strada del ritorno ripensavo ai momenti appena vissuti e mi sentivo sereno. Mentre ero assorto nelle mie rielaborazioni personali, a un certo punto sono passato a fianco al centro commerciale di Torreano di Martignacco, il Città Fiera. Ho buttato l’occhio verso il parcheggio che si distende sulla sinistra della tangenziale: era pieno. Non un solo posto libero, una distesa di mezzi di trasporto infinita.

Osservando quelle automobili stipate l’una di fianco all’altra ho sorriso un po’ amaramente, pensando alle centinaia di famiglie che decidono di passare coi propri figli una domenica in un posto del genere. Ci vuole una notevole forza di volontà, mi sono detto. Beati loro che riescono a divertirsi così. Io invece proprio non ce la faccio.

3 euro lordi per un articolo di 600 parole: 7 regole d’oro per non cascarci

7 stimolanti suggerimenti per aspiranti free lance

D I S . A M B . I G U A N D O

Keep Calm and Follow the Golden Rules

In risposta alla mail di Valeria, che ho pubblicato due giorni fa col titolo 3 euro lordi per un articolo di 600 parole significa 3 euro lordi all’ora, Paolo (nome di fantasia) racconta la sua esperienza (positiva!) nel mondo della scrittura online e dà a Valeria (e a chiunque si trovi nella sua situazione) alcune dritte per non stracciare il mercato dei contenuti online. Scrive Paolo:

View original post 980 altre parole

10 motivi sulla vittoria di Renzi

“Con me il Partito Democratico arriva al 40%”. Matteo Renzi lo aveva predetto già ancor prima di diventare segretario e premier poi. Detto e fatto. Il PD, dopo le elezioni europee del 25 maggio 2014, è infatti il primo partito a raggiungere (e superare) tale soglia dagli anni ’50, cioè quello che fu il periodo d’oro della Democrazia Cristiana.

Quelle appena concluse erano elezioni europee, certo, ma il fatto che la campagna elettorale sia stata condotta quasi esclusivamente su temi nazionali lascia pochi dubbi: il PD è legittimato a governare e Matteo Renzi ne è l’unico artefice. Vediamo alcuni motivi (ma probabilmente ce ne sono molti altri).

Le misure simbolo e a breve termine

  1. 80 € – È un periodo di crisi dove la maggior parte degli italiani stenta ad arrivare a fine mese. Una misura semplice, concreta e immediatamente visibile fa molta più breccia in periodi come questi dove si pensa a come sopravvivere oggi e non a vivere domani. La proposta di Renzi è stata efficace in questo senso per incentivare il consenso verso il suo partito. Lo aveva confessato lui stesso che si trattava di una manovra a scopo elettorale, dispiacendosi che gli 80€ non sarebbero arrivati prima del giorno delle elezioni. Così è stato, così come era stato fatto da Berlusconi con l’Ici. Che lo si voglia o no, un po’ di soldi in più in busta paga in questo periodo fanno la differenza, almeno psicologicamente.

2. Auto blu – Una misura simbolo, come lo sono state altre, ad esempio quelle sul tetto di stipendi dei manager. L’eccezionalità del periodo in questione gioca anche qui un ruolo determinante. La vendita delle auto blu non è stato di certo fondamentale per risollevare i conti dello Stato, né tanto meno la soluzione per trovare nuovi soldi per combattere la crisi economica. Ma nel momento in cui si mostra un tentativo in questo senso, agendo su un aspetto simbolo del potere criticato e rinnegato, ciò funziona dal punto di vista dell’immagine e conseguentemente del consenso politico.

  1. Le donne – Le quote rosa nel governo e i capolista tutti al femminile alle elezioni europee sono un altro esempio di come Renzi punti ai segnali forti inviati direttamente alla popolazione. Con questa in particolare il premier ha fatto breccia nell’elettorato femminile dimostrando di dargli importanza nel concreto.

Si tratta di misure a breve termine che portano sì dei risultati ma utili soprattutto ai fini elettorali. Nel lungo periodo Renzi dovrà dimostrare ben altro, ma con la consapevolezza che ogni misura con effetti negativi sul breve (nuove tasse?) potrebbe portare un ulteriore ribaltamento del risultato elettorale.

La debolezza degli avversari

  1. Berlusconi – Il fatto di essere stato condannato in via definitiva per evasione fiscale deve avere inciso sulla credibilità del leader politico indiscusso a livello nazionale degli anni ’90 e 2000. I suoi lo stanno abbandonando piano piano e pure il suo elettorato. Berlusconi è stanco, come lo è stata anche la sua campagna elettorale, rivolta più a una popolazione anziana che a un paese in attesa di cambiamento. Raggiungere il 16% quando l’ambizione era di arrivare al 25 non fa altro che confermare il declino inevitabile di una persona interdetta dagli uffici pubblici e condannata ai servizi sociali.

  2. Grillo – Urla, insulti e tribunali popolari non hanno favorito la crescita del Movimento 5 Stelle, convinto fino a poche ore fa di vincere le elezioni europee e di ribaltare il Parlamento italiano. Il M5S ha avuto un anno per dimostrare la sua valenza stando all’opposizione, ma allo stesso tempo la sua strategia si è più volte limitata al tirarsi fuori da qualsiasi decisione per poi gridare al complotto e all’inciucio. Questo ha forse consolidato lo zoccolo duro del movimento (raggiungere il 21% è comunque un risultato rilevante), ma non ha più incuriosito, non ha più dato speranza a chi attende un cambiamento per il proprio paese.

  3. Nuovo Centro Destra – Angelino Alfano dovrà rivedere i suoi piani, perché ha dimostrato di non avere praticamente alcun seguito. Rimane al governo, entra per un soffio in Europa (ha preso il 4,38%), ma risulta molto debole dal punto di vista politico. Rispetto a Renzi non c’è paragone. Gli italiani non ci credono, anche perché le proposte fin qui enunciate dal NCD sono praticamente inesistenti.

  4. L’altra Europa con Tsipras. Doveva essere la risposta della “vera sinistra”, quella della società civile volenterosa di mettersi in gioco. Così non è stato. Forse lo spazio in campagna elettorale non è stato lo stesso rispetto ai tre maggiori partiti nazionali, ma allo stesso tempo è mancata la credibilità di una figura che ben rappresentasse gli interessi degli italiani. Bene o male, avere un leader riconosciuto è una carta vincente. Tsipras può andare bene in Grecia, in Italia bisogna lavorarci sopra.

Lo scenario politico e sociale

  1. Italia paese moderato – Il nostro paese ha una lunga storia moderata. Se si vanno a scorrere i risultati elettorali dal 1948 in poi, non c’è mai stata una maggioranza con partiti estremisti o considerati tali. La Democrazia Cristiana per decenni è stato il primo partito, il Partito Comunista Italiano l’ha sempre seguita. Solo nella seconda metà degli anni ’70 c’era stato un avvicinamento tra le due compagini politiche, ma non ci fu mai un rovesciamento. Renzi, pur promettendo grandi cambiamenti, non è di certo un estremista, anzi. E l’Italia che lo vota (per ora) lo apprezza anche per questo.

  2. Un nuovo cambiamento sarebbe stato distruttivo – Se avesse vinto Grillo l’attuale assetto politico si sarebbe sfaldato, poiché il M5S avrebbe potuto utilizzare il risultato elettorale per far cadere il governo e tornare alle elezioni. A quel punto nessuno può prevedere cosa sarebbe potuto accadere, ma di certo non ci sarebbe stata più continuità nell’operato degli ultimi tre mesi. Sarebbe ricominciato tutto daccapo e si sarebbe perso ulteriore tempo. Alcuni italiani potrebbero avere ragionato anche in questo modo, prima di andare a votare.

  3. Parlamento contro – Il governo di Renzi rimane lo stesso, come rimane uguale la composizione del Parlamento italiano. Dal punto di vista dei numeri non cambia nulla. Per andare avanti nelle riforme il premier necessita dell’appoggio del NCD e per le riforme costituzionali di FI. Allo stesso tempo però può utilizzare questa debolezza come un’arma a doppio taglio: io propongo le riforme, loro non me le approvano, la responsabilità è loro se il governo cade. Una strategia che nel bene o nel male Renzi ha già cominciato a utilizzare, ma che potrà tornare utile anche nei prossimi mesi.

Considerazione finale

I risultati delle europee non possono però essere definiti una svolta a sinistra. Il Partito Democratico non può credere di essere stato impeccabile nella campagna elettorale né tantomeno di aver convinto la popolazione italiana ad avvicinarsi ai propri valori. Prima di tutto perché il merito va quasi esclusivamente alla capacità di leadership e di infondere speranza di Renzi, e dall’altra per via del grande vuoto che si è formato a destra. A votare sono andati il 57,22%. Un risultato buono se confrontato con il resto d’Europa, ma la grande astensione evidenzia un elevato numero di persone che potenzialmente voterebbero per qualcun altro.